ven, 04 aprile 2025

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Senegal, Islam: Intervista al Giornalista Modou Mamoune Faye

Il Senegal è Africa. Africa doc. Ma per la sua posizione è come un ponte fra culture diverse: quella africana, appunto, e quella araba. Nella sua particolarità, ha quindi la capacità di sintetizzare due mondi che spesso in passato si sono scontrati (anche violentemente), ma che da anni condividono un comune destino: il tentativo di uscire da una condizione di sottosviluppo e di recuperare una propria identità, distinta da quella occidentale. Il Senegal diventa quindi un osservatorio privilegiato per comprendere le reazioni dell’Africa (e in particolare dell’Africa musulmana), di fronte ai rapidi cambiamenti che stiamo vivendo sotto la spinta di eventi tragici come gli attentati dell’11 settembre. Ci guida in questa analisi Modou Mamoune Faye, caposervizio della redazione culturale del quotidiano di Dakar Le Soleil. Domanda: Qual è l’attuale situazione politica senegalese? Risposta: La situazione politica senegalese è stabile. Il governo, guidato dalla signora Mame Madior Boye, però sta pagando le sue eccessive promesse in campagna elettorale. Aveva fatto sognare i senegalesi, ma nulla è cambiato. Anzi, le derrate alimentari costano di più, la disoccupazione è aumentata e con essa l’immigrazione verso l’Europa (soprattutto Italia e Francia) e il nord america. Il Governo sta velocemente perdendo popolarità. D.: L’economia è in ripresa? R.: No, l’economia è in fase recessiva da anni. Solo un 15% della popolazione attiva ha un regolare contratto di lavoro dipendente. Come vive l’altro 85% della popolazione? Per fortuna c’è quella che noi chiamiamo "economia informale". Piccolo commercio, lavoro "nero" (soprattutto nel settore edile), l’arte di arrangiarsi insomma. Grazie a questi espedienti, la gente riesce a "tirare a campare" e a mantenere la famiglia seppure tra mille difficoltà. Spesso, troppo spesso, ai nostri ragazzi non rimane che emigrare per cercare fortuna altrove. Qui in Italia ormai c’è una forte comunità di senegalesi. Gente che qui da voi ha trovato un lavoro e si è sistemata. Ha trovato quello che in patria non riesce a trovare. D.: Che reazioni si sono registrate in Senegal dopo l’11 settembre? R.: Bisogna distinguere la reazione ufficiale e quella popolare. La gente ha visto in questo gesto una reazione contro l’Occidente e ha esultato. I taxisti a Dakar (la capitale senegalese) mettevano in bella mostra l’immagine di Osama bin Laden. I ragazzi andavano in giro indossando magliette con il suo ritratto. Il Saudita per loro è un eroe. Nei suoi gesti vedono un segnale inviato agli americani. Nella mente delle gente nasce immediato il paragone tra quanto avvenuto negli Usa e quanto avviene quotidianamente in Palestina. Molti dicono: ecco non avete mai reagito alle ingiustizie subite dai palestinesi, ora che le avete subite anche voi, capirete che cosa significa. Gli stessi giornali hanno analizzato l’attacco a New York e a Washington come una reazione a una situazione ingiusta. D.: E le reazioni ufficiali? R.: Il governo senegalese ha condannato gli attentati. Il presidente Abdoulaye Wade ha proposto un patto africano contro il terrorismo. Ha addirittura convocato una conferenza di Paesi africani per stimolare una cooperazione contro il terrorismo. L’iniziativa è stata un fallimento. Non poteva essere altrimenti. Come si fa a sollecitare una politica africana comune, quando il Senegal non aveva ancora approvato l’adesione alla neonata Unione Africana? E infatti la conferenza si è conclusa con un appello generico contro il terrorismo, richiamando le norme contenute nel trattato dell’Unione Africana. Subito dopo, il nostro parlamento ha ratificato l’ingresso nell’Unione Africana. L’opposizione ha duramente criticato il Presidente chiedendo che si badi alla sicurezza e allo sviluppo del Paese piuttosto che al terrorismo internazionale. Credo però che la politica presidenziale volesse accattivarsi l’appoggio americano. D.: Gli intellettuali che posizioni hanno assunto? R.: Molti intellettuali hanno reagito condannando l’ondata di violenza. Alcuni però hanno giudicato come spropositata la reazione degli americani in Afghanistan. D.: L’Islam senegalese non ha una tradizione di radicalismo… R.: Fermi restando i principi teologici, l’Islam senegalese è fortemente africano. Insieme alla fede in Maometto, convivono elementi tradizionali. Non è insolito, per esempio, vedere persone che osservano il Ramadan e indossano amuleti. A questo va aggiunto il fenomeno tutto senegalese delle confraternite religiose che vivono l’Islam in base a valori precisi. Le confraternite sono tre: muridi, tigiane e qadria. Il muridismo, per esempio, mette l’accento sul valore del lavoro. Addirittura c’è una frangia di questa confraternita che sostiene che il lavoro può sostituire la preghiera. Il 90% dei musulmani senegalesi appartiene a una confraternita. Attraverso le confraternite imparano, insieme ai precetti dell’Islam, i fondamenti della nostra cultura africana. Spesso queste confraternite sono anche un sostegno pratico, un aiuto per chi non ha nulla. Grazie all’incontro con la cultura africana, l’Islam senegalese si presenta come tollerante, che fa dell’armonia fra i propri fedeli e quelli delle altre religioni un punto irrinunciabile. D.: Come si concilia questa tolleranza con il sostegno a bin Laden? R.: Il sostegno popolare non va interpretato come un segno di intolleranza verso i fedeli di altre religioni, ma solo come una rivalsa nei confronti dell’Occidente. Il nostro Paese per vent’anni è stato guidato da un cattolico e per altri vent’anni da un musulmano sposato con una donna cattolica. Quando Giovanni Paolo II è venuto in Senegal è stato accolto da tutti i rappresentanti delle confraternite. L’imam della moschea di Dakar gli ha addirittura regalato un vestito tradizionale che il Pontefice ha indossato. L’intolleranza è un concetto che storicamente non ci appartiene. (di Enrico Casale ©) (POPOLI)

Scheda dettagli:

Data: 1 febbraio 2002
Fonte/Casa Editrice: Misna

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